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La diffamazione non c’era, restano 10 anni di processo (e un po’ di carcere): breve storia per giornalisti e non solo

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Tra venti giorni sarebbero stati dieci anni. Due lustri, 120 mesi, 3650 giorni: tanto è durato un procedimento penale nel quale ero accusato di diffamazione. Il 13 e 14 febbraio del 2007 avevo scritto due pezzi sul Giornale di Sardegna sugli incontri nell’Isola, avvenuti anni prima, di quelli che allora erano considerati i vertici italiani delle nuove Brigate Rosse. La notizia di oggi è che la Corte di Cassazione – perché fin lì siamo arrivati – ha rigettato il ricorso di questa, che si era sentita diffamata perché compariva il suo nome. Il reato era prescritto già prima che io venissi assolto in Appello, dopo una condanna in primo grado al tribunale di Oristano. Erano stati sentiti due capi della Digos, acquisiti atti dell’inchiesta da cui erano derivati i miei articoli, sentiti testimoni. Ma lei è andata avanti, in sede civile: voleva soldi, il risarcimento dei danni. Fin dal primo momento, nella querela, ha sostenuto che non ci fosse un grammo di verità in ciò che avevo riportato. Lei, diceva, non aveva incontrato nessuno. Peccato, ha perso: avevo riportato fatti veri e verificati, nient’altro. Questo è il lieto fine (anche se non sono certo che finisca qui).

Però ci sono questi dieci anni trascorsi. Sono qui a raccontarlo per questo. Lo ripeto: dieci anni. Per capirci: il processo contro coloro che erano accusati di appartenere alle nuove Br si è concluso da tempo, nei tre gradi di giudizio. Il mio solo oggi. È stato sancito che ho fatto solo il mio lavoro: il giornalista. Ma ci sono enormi problemi.

Il primo: il mio direttore di allora, Antonio Cipriani, per la mia condanna in primo grado – arrivata il giorno del mio compleanno, trascorso in un’aula di tribuale – ha sfiorato il carcere, con la detenzione commutata in servizi sociali. Carcere, capito? Beh, anche io mi ero beccato un anno – mi pare, pena sospesa comunque – e il risarcimento del danno, a mie spese.

Il secondo: una querela non costa nulla. La fai, soprattutto se hai un amico avvocato o se sei tu stesso un avvocato, e sono cazzi del giornalista. Che, magari, non ha più alle spalle il giornale per il quale lavorava. La legge sulla diffamazione a mezzo stampa è una cagata pazzesca (citazione dotta). Prevede la gattabuia, la detenzione, la casanza, la cella. Una vergogna. La volete cambiare, o no?

Sono stato aiutato, in questa vicenda. C’era il mio avvocato, Dario Sarigu. Bravo per dire bravo. E l’Assostampa sarda, il sindacato dei giornalisti, che mi ha dato una mano molto, molto concreta, e ha seguito tutti i passaggi. Grazie al presidente Celestino Tabasso.

A breve devo festeggiare con almeno un bicchiere. E, se mi scappa un ruttino, beh, si sa a chi sto pensando.

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Castronerie pubblicitarie in aeroporto a Elmas

sabbiaIo mi chiedo e mi domando: in Enac e Wwf – i loro loghi compaiono nella foto – non c’è nessuno che abbia un amico che parli inglese? Si potrebbe chiamare per dire: “Senti, devo fare una campagna contro i furti di sabbia nelle spiagge sarde. Come si scrive ladro di sabbia?”. Si eviterebbero brutte figure. Gratis, pure. Perché quello che si legge nei manifesti all’aeroporto di Elmas è sbagliato. “Ladro sabbia”, hanno scritto. Nemmeno un Sioux su Tex, ‘mbriago di acqua di fuoco, parla più così. L’hanno pagata questa roba? Immagino di sì. Come sarà stata a titolo molto oneroso la gigantesca campagna rappresentata dai pannelli con immagini della caretta caretta che campeggiano nella zona partenze del Mario Mameli. Slogan: Endless Island. Ecco, ai turisti diciamoglielo mentre vanno via che la Sardegna è un’isola senza fine. Che spiegarglielo a casa loro, quando magari potrebbero farsi prendere dalla voglia di venire, potrebbe essere una cosa con troppo senso.